Seven months

Riprendere in mano un blog dopo sette mesi di assenza è una sensazione strana. E’ come rimettersi in sella a una bicicletta rimessa in sesto dopo anni di ruggine accumulata in garage, ma è anche simile a quello che si prova ad imbracciare una chitarra dopo averla trascurata per troppo tempo. I calli sui polpastrelli si sono ammorbiditi, al punto che fa male suonare certi accordi, le dita hanno bisogno di tempo per prendere le misure sulla tastiera, le prime note friggono, e ti senti un po’ un ingenuotto alle prime armi.
Col blog non è poi tanto diverso: Le prime parole del nuovo post, quello con cui ricominciare, tardano a mettersi una dietro l’altra, e quelle che vengono fuori non vanno mai bene, non “suonano” come dovrebbero. E soprattutto c’è una cosa: non ti convincono. E non sarai un po’ citrullo a scrivere un post su questa faccenda? Ma davvero c’è qualcuno a cui può ancora interessare quello che scrivi? E poi c’è la sensazione che forse, dopo sette mesi, quel blog, che era casa tua, la tua cameretta, un luogo virtuale in cui scegliere il colore delle pareti, il tipo di arredamento, la disposizione dei soprammobili, non è che ti assomigli più di tanto.
Così vai a pensare al perchè, lentamente e inesorabilmente, te ne sei allontanato.
Il Capitano, sul tema dell’abbandono dei blog, ci ha fatto un bellissimo post, in cui espone la sua teoria: e cioè che dietro all’abbandono del blog da parte del suo tenutario, ci sia sempre e comunque una delusione amorosa, spesso e volentieri causata da un/una collega blogger normalmente conosciuta grazie al blog stesso. Sempre che di abbandono definitivo si tratti, visto che nella maggior parte dei casi, poi (e qui Il Capitano ci ha preso di brutto), chi ha un blog ritorna a scriverci.
Per me, Capitano, le cose sono andate un po’ alla rovescia, ma non sbagli a pensare che in qualsiasi decisione degna di nota riguardante blog o vita reale, una ragazza c’entri sempre: io dal blog mi ci sono allontanato forse perchè il periodo che stavo vivendo ho preferito viverlo e basta, senza pormi il problema di scriverne e di descriverlo. Un po’ perchè sarebbe stato difficile dare forma a una materia così poco “portata” ad averne una, un po’ perchè forse non ho voluto prendermi la briga di farlo, e un po’ perchè quando le cose girano meglio è normale aver voglia di uscir di casa la sera, piuttosto che ripiegarsi sui propri pensieri.
E poi magari, un giorno, basta una di quelle delusioni di cui parla Il Capitano, per riaffacciarsi sul blog, e vedere l’effetto che fa. Vuoi perchè c’è l’impellenza di togliere qualche sassolino dalla scarpa come in questi sette mesi non era più capitato, vuoi perchè forse è arrivato il momento di dare un po’ più di forma a quel casino che forma sembrava proprio non poterne assumere. Vuoi perchè sette mesi di “Prima o poi ci devo tornare, a scrivere qualcosa sul blog” sono un po’ troppi, e comunque non è bello lasciare le cose così, abbandonate a loro stesse.
Stiamo pur sempre parlando di camera mia, e per quanto impolverata e disordinata la possa lasciare, è normale che un giorno torni a dare una ripulita, specie se ho intenzione di farci entrare qualche ospite.
In realtà sapevo che si trattava di un periodo, e che i periodi hanno bisogno di passare. E poi l’urgenza di mettere la parola “FINE” a una faccenda che sembrava non dovesse averne, ha fatto il resto. Spero che il post precedente mi serva da monito, casomai in futuro mi venisse in mente di riesumare altri cadaveri.
La camera la sto ancora ripulendo, magari ci sta anche una mano di vernice alle pareti, e nel frattempo riprendo in mano la chitarra, che poi non è troppo diversa da una bicicletta, mica da un giorno all’altro ti scordi come ci si sta su. Dopo un po’ qualche accordo decente deve venir fuori, anche se i polpastrelli fanno ancora un po’ male.
E grazie a coloro che, in questi sette mesi, sono comunque passati ogni tanto da queste parti a vedere se c’erano novità.
Come mi è capitato di dire a una ragazza che ha ancora un po’di rumori per la testa ma che presto -sono convinto- sentirà solo della buona musica, è una bella sensazione tornare sapendo che c’è qualcuno che ti sta aspettando.
Fine delle trasmissioni

“La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto, ma scrivi tu la fine. Io sono pronto.”
Negramaro
Magari c’è, un modo giusto per scrivere l’ultimo capitolo di una storia.
A saperlo, però. A saperlo si potrebbe evitare questo silenzio, in questa stanza così piccola per contenerlo tutto, questo silenzio che mi assorda, questo silenzio pieno di un sacco di cose, tranne di quelle che vorrei.
C’è di tutto in questo silenzio.
C’è imbarazzo, c’è paura, la tua, di perdere qualcosa di importante, ma ti passerà già domattina, quando sarai su un’altra isola, o su un altro pianeta. Che poi è lo stesso, attualmente.
C’è il vuoto pneumatico, il mio, che non so se passerà domattina, quando sarò tornato anch’io nel mio piccolo pianeta, all’altro capo di questa piccola galassia.
Ma forse è meglio che questo vuoto non si riempia, dato che potrebbe riempirsi di sensazioni che, come gas perfetti, tendono ad occupare tutto lo spazio disponibile. E invece preferisco una bella anestesia, per ora. Anche se l’anestesia non serve a molto quando lo Tsunami è già arrivato nel giardino di casa. Ma vabbè, ci penserò quando sarà entrato in soggiorno.
Magari c’è, un modo giusto per scrivere le ultime righe di questa lunga storia.
Dimmi se tu lo sai, dato che ancora una volta hai deciso che era ora di finirla.
Dimmi se tu lo sai, anche se la parola “Fine” era già scritta a chiare lettere da tempo, ed eravamo noi a non volerla vedere.
E dimmi se esiste un modo di finirla senza star male, questa storia nata, cresciuta, invecchiata e poi rinata e ringiovanita mille volte, e poi, alla fine, finita.
Dimmi se esiste un modo per svegliarci, domattina, alzarci e ricominciare la vita da capo come se nulla fosse. Un modo per uscire di casa e non pensare che anche le cose più perfette, inevitabilmente, delle volte finiscono.
Dimmi se esiste un modo per non pensare che non abbiamo fatto abbastanza per evitarlo, e per non pensare che forse il futuro riserverà soltanto minestre riscaldate.
Dimmi se esiste un modo per accettare che la mia immaturità e la mia voglia di indipendenza siano state la causa di tutto, sia dell’inizio che della fine.
Dimmi se esiste un modo per guardare un’altra, e guardarla senza fare paragoni, finendo per mentire a me stesso.
Dimmi se esiste un modo per guardarti senza sentire, in fondo, un morso allo stomaco, un crampo che nasconderò con tutte le mie maschere, perchè se esiste un modo per lavarsi via l’orgoglio, vorrei conoscere anche quello.
Dimmi se, quando ti rivedrò, esisterà un modo per evitare che qualsiasi gesto io faccia e qualsiasi cosa io dica a chiunque, sia in realtà un modo per comunicare con te.
E dimmi se ti ricordi ancora quell’estate, quella che non avremmo mai dovuto scordare, e dimmi dove sono tutte quelle sere a parlare sottovoce, quelle sere in cui, malgrado tutto, troppe parole sono rimaste non pronunciate.
Dimmi se, da qualche parte, c’è un luogo in cui tutte le cose perdute vadano a finire. E dimmi se da qualche parte c’è un universo parallelo in cui va a finire diversamente, un universo, tra quelli possibili, meno sbagliato di questo.
Ma in questa stanza c’è solo silenzio, e tu non hai risposte, e io non ne posso più di fare domande a me stesso.
Dimmi se esiste un modo per uscire da qua senza voltarmi indietro, se lo sai. Perchè non so se ce la farò.
Così sarebbe questo, il modo in cui le storie importanti finiscono. E’ come quando, a notte fonda, si interrompono le trasmissioni alla TV, e resta solo il monoscopio sullo schermo, e silenzio.
Così sarebbe questo, il modo in cui le storie importanti finiscono. In silenzio.
Requiem per un’estate

Non c’è che una stagione: l’estate.
Tanto bella che le altre le girano intorno.
Ennio Flaiano
L’estate è appena morta.
A tenerla in vita ci avevamo provato in tutti i modi, manco fossimo ostinati parenti di un malato terminale che respira ancora solo perchè delle macchine lo fanno per lui. Alla fine ci hai pensato tu, a porre fine a questo stupido e dolcissimo accanimento terapeutico. Ci hai pensato tu venerdì sera, un venerdì qualunque, senza l’aria tipica del giorno in cui le cose succedono, e nella fattispecie, finiscono.
E così ce l’hai uccisa, l’estate del 2006.
In realtà forse eravamo preparati, certe cose non possono non accadere, figurarsi poi se un’estate, per quanto accudita e protetta, può sopravvivere all’attacco spietato di Ottobre.
Ci sono estati che non arrivano mai, altre che esplodono all’improvviso in un giorno di giugno ed entrano di prepotenza attraverso le fessure delle persiane sotto il sole; a volte nascono premature, riempiendo i pomeriggi di maggio di cicale, e le notti di grilli. Questa, invece, ci aveva avvertito, prima di arrivare.
Ci aveva dato, non so, come delle vibrazioni. Difficile da spiegare, ma avevo ragione io, erano buone vibrazioni. Lo sentivo nella pancia, che lo erano. Le sentivamo la sera, quando non riuscivamo più a stare in casa, e pazienza se l’indomani c’era da alzarsi presto; c’era un cartellino da timbrare al Calypso, o da qualche altra parte.
Quando poi da vibrazioni si sono trasformate in suoni, ne abbiamo avuto tutti la certezza. Quei suoni li abbiamo sentiti tutti.
Suoni di grida a squarciagola all’ultimo rigore, dalla strada e dalle case vicine, suoni di clacson e di inni nazionali che abbiamo cantato fino a perdere la voce, e voci distorte dentro un megafono con cui abbiamo ammaestrato tutto il Largo. Suoni di un Mondiale che non avremmo mai voluto smettere di festeggiare.
Suoni di un complesso che ci teneva davvero tanto a farsi sentire dopo una pausa di riflessione non voluta, e durata troppi anni. Suoni di un anfiteatro alla fine di un lungomare pieno zeppo di gente venuta a dirci, in una sera d’agosto, che si ricorda ancora di noi, anche se siamo un po’ cresciuti e un po’ invecchiati rispetto all’ultima volta.
Suoni di voci che cantano in spiaggia, ci sia o no una fiamma attorno a cui sedersi, ché tanto c’è mica molto da fare, stasera.
Suoni di una voce di ragazza che fino a quest’estate non mi era mai capitato di ascoltare -ora mi risuona in testa- voce che non dice mai abbastanza, e mai si spinge dove forse vorrebbe. Perchè certe estati risuonano spesso della musica delle cose non accadute, ma che sarebbero dovute accadere, e per questo si fanno sentire, e per questo protestano. Come certe voci di ragazza, che mi rimproverano, e ridono, a volte rispondono in modo brusco, e pronunciano il mio nome, e risuonano più nello stomaco che nell’orecchio. Voce, la mia, che ha sempre le parole giuste per rispondere, e mai il coraggio per dire quelle sbagliate, che magari sarebbero più utili davanti a un portone alle due di notte.
Suoni di messaggi che arrivano sul cellulare dopo la tua partenza, e non bastano anche se sono decine ogni giorno, e non c’è memoria abbastanza capiente per contenerli tutti.
Suono di un’altra voce al telefono che, di tanto in tanto, si fa sentire sull’onda di qualche nostalgia, ma che a me sembra di non conoscere più, e pronuncia parole di un tempo che può essere qualche mese come un’era geologica fa.
Suono -non rumore- del motore di una Peugeot verde smeraldo che puzza di cavallo e di finimenti di cuoio, e che ci ha salvato il culo e l’estate, al di là degli odori, delle ammaccature e della spia arancione della riserva sempre accesa. L’ho dovuta restituire il giorno che sono ripartito, e ogni volta che ne vediamo una identica è un tuffo al cuore per tutti, un po’ come i tizi tornati dalle crociere Costa. Anche se le nostre crociere erano i giri al lungomare “per vedere un po’ chi c’è in giro”.
Suoni di risate, le nostre, con cui abbiamo caricato le batterie necessarie per affrontare l’inverno, in cui sarà più difficile ridere delle stesse stupidaggini. Di certe cose si può ridere fino a star male solo fra giugno e settembre.
Risate che ci hanno aiutato a buttarci alle spalle, chi più chi meno, le cose che non sono andate come speravamo, e che non sono poche, neanche in un’estate come questa.
Suoni di accenti e parlate che si sentono una volta l’anno e fanno parte dell’estate come i gelati e i pantaloni corti e il baccano dell’animazione del Villaggio che mi arriva a casa puntuale ogni pomeriggio alle quattro e mezzo.
Altre voci che hanno conservato il loro accento anche dopo anni di assenza, altre che l’hanno solo arrotondato. Una voce che mi parla di un posto lontano in cui ha lasciato il cuore, così ora è costretta a riandarci per riprenderselo, sempre che una volta laggiù abbia la forza di ripartire. Una voce che spero di riascoltare anche l’estate prossima, con chissà quali storie.
Altre voci sono quella di un maestrale che ha soffiato veramente troppo forte e per troppi giorni e troppe notti, quest’agosto, e la voce di una prua che taglia le onde mentre siamo sdraiati sul tetto della plancia, e se stiamo in silenzio è perchè sappiamo tutti che è inutile parlare, visto che quello è già il massimo della vita.
E alla fine suoni e voci di una città che mi accoglie, forse per la prima volta dopo anni, senza scaricarmi addosso tutto in una volta il peso di un’estate lasciata a due ore e mezza di pullman.
Non c’è voluto molto, a portarne un po’ anche qui: come il voler uscire tutte le sere tutti insieme, anche se siamo tornati in città, e le infradito ai piedi anche se qualcuno dice che non è più tempo. O come continuare a frequentare certe persone che da agosto non si staccano più da noi, e con la loro presenza fanno un po’ estate, anche se la sera c?è bisogno di una felpa per uscire. E fra loro anche tu, a cui S. non fa nulla per nascondere il proprio interesse, mentre tu continui ad apprezzare la sua compagnia. Io sentivo ancora buone vibrazioni, ma evidentemente siamo andati tutti fuori tempo massimo. Ho sentito male, stavolta.
Venerdì sera sei tornata assieme al tuo ex, prendendoci tutti in contropiede.
Un manipolo di coraggiosi che tentava l’impresa impossibile di fermare l’avanzare dell’autunno, ha dovuto guardare in faccia la realtà.
Ci siamo accorti che l’aria è improvvisamente cambiata. D’un tratto uscire ogni sera è parsa davvero un’esagerazione.
Domani devo alzarmi presto – Anche io…Mi sa che ci vediamo nel fine settimana.
Ci hai come dimostrato che le storie estive, se devono nascere, devono per forza farlo d’estate, a Ottobre non hanno più senso. E il mio amico S. ha capito all’improvviso che la speranza di una storia fuori stagione era ciò che lo spingeva a continuare a stiracchiare quest’estate, e noi con lui. Così hai deciso di staccare la spina, e consegnare l’estate 2006 al mucchio di estati passate.
A S. è rimasto l’amaro in bocca che rimane, a volte per molto tempo, quando succedono queste cose. Ma spero che gli passi presto, che al mondo ce ne sono altre.
A noi è rimasta la delusione per qualcosa che fino all’ultimo pareva dovesse nascere, ma che invece è stato abortito da un venerdì al cinema con il protagonista di una storia forse mai veramente interrotta.
A tutti sono rimaste delle domande, senza risposta. Una chiede se davvero avremmo potuto ancora rinviare la fine di una stagione, un’altra se l’estate che arriverà tra un anno potrà mai competere con quella appena morta. Un’altra ancora chiede se ti rivedrò l’anno prossimo, e se sarà la stessa cosa. Se fra un anno questo numero che ho nel cellulare significherà ancora qualcosa, o sarà solo il numero associato a un nome in mezzo alla rubrica, come tanti altri che occupano solo spazio in memoria.
Ma non credo sia così importante, a pensarci bene. In un anno ne succedono di cose.
Tutte cose che servono per ingannare l’attesa di un’altra estate, in effetti.
Brilla ancora, pazzo diamante… – Syd Barrett (1946-2006)

Il diamante, Syd Barrett, è appena andato via, forse per continuare a brillare altrove, forse per andare a vedere cosa si nasconde sul lato oscuro della Luna.
“Difficile da spiegare perchè sei matto, anche quando non lo sei..”
Hai raggiunto Il Segreto troppo presto
Pretendevi la Luna
Brilla ancora, pazzo diamante
Minacciato da ombre di notte
Ed esposto alla luce
Brilla ancora, pazzo diamante
Hai consumato il tuo benvenuto
Con precisione casuale
Hai cavalcato la brezza d’acciaio
Avanti, tu sognatore, visionario
Avanti pittore
Pifferaio, prigioniero, brilla!
Nessuno sa dove sei, quanto vicino o quanto lontano
Brilla ancora, pazzo diamante
Metti insieme ancora un po’ di cieli, e ti raggiungerò lì
Brilla ancora, pazzo diamante
E ci scalderemo all’ombra del trionfo di ieri
E navigheremo sulla brezza d’acciaio
Avanti, bambino, vincitore e perdente
Avanti, minatore di verità e illusione, brilla!
da “Shine on you crazy diamond”, Pink Floyd
Quelli che Vennero dal Mare

Ci chiamarono pazzi, e ci chiamarono traditori. Ci dissero che era alla Terra che appartenevamo, e solo ad Essa. A quelle montagne aspre e misteriose, a quelle campagne fatte di greggi e di olivi, e di rocce antiche e silenziose.
Ci dissero che il mare non era per noi, popoli dell’Isola e che nell’Isola sempre avevano vissuto, che non era per noi e che non lo sarebbe mai stato, mare che da sempre non aveva portato che sventure, ingiustizie, conquiste.
Ci ricordarono che fu per difenderci da quelle ingiustizie che costruimmo le alte torri di pietra scura sugli alti promontori di roccia, per avvistare le loro flotte che giungevano di notte, annunciate solo da tenui bagliori all’orizzonte.
Ma pensammo che ci dovesse essere un motivo per cui, quella mattina, arenata sulla spiaggia, trovammo una delle loro grandi navi, una di quelle con cui loro, Quelli che Vennero dal Mare, arrivavano sulle coste dell’Isola dopo un lungo viaggio da Dove Sorgeva il Sole.
Noi, io ed i miei compagni, eravamo convinti che non fosse un sacrilegio mettere in mare quella nave, e che gli Dei non l’avrebbero presa come un’offesa. Eravamo convinti che fosse un’opportunità.
La paura del diverso, della novità, dell’ignoto che poteva arrivare da oltre l’orizzonte, da generazioni ci spingeva verso l’interno, sulle più impervie montagne, in mezzo alle vallate più nascoste, a costruire i nostri villaggi in luoghi accessibili solo a noi.
Noi che seppellivamo i nostri guerrieri nelle radure in mezzo ai boschi, in grandi tombe davanti alle quali riposavamo prima delle grandi battaglie contro l’invasore.
Era tempo di andare a vedere cosa si nascondesse oltre quell’orizzonte sempre uguale che scrutavamo con sospetto, e di lasciarci la nostra Terra alle spalle, anche contro il volere del villaggio, delle tribù e dei saggi.
Lo fecero altri popoli, lo fecero Quelli che vennero dal Mare, potevamo farlo anche noi.
Molte notti ci videro lavorare su quella chiglia e su quelle vele, e molti giorni ci guardarono imparare a governare remi e timone.
Quando un giorno ci sentimmo pronti per andare.
Fu allora che decidemmo di partire.
Lasciammo le tribù sulla grande spiaggia, i saggi che condannavano la nostra scelta accesero però fuochi di buon auspicio, così che potessimo vedere il più a lungo possibile il saluto dell’Isola mentre la nave tagliava le onde, e lasciammo le donne piangere la nostra partenza per un viaggio senza ritorno verso la linea dell’orizzonte, e oltre.
E lasciammo le rupi bianche come la neve, le codule e le valli rigogliose, le notti tiepide d’estate e il canto delle cicale nel profumo di rosmarino.
Altri profumi ci attendevano, altre notti e altre cicale, se avessimo trovato un approdo.
Puntammo la prua verso Oriente, come avevamo visto fare ai mercanti che tornavano a casa.
Da innumerevoli lune siamo già in viaggio, le stelle ci hanno indicato una strada, chissà se quella giusta. Non resta molto nella nostra stiva, pochi aromi, ricordo di casa.
La corrente ha portato un ramoscello, una notte fa, di una pianta che non conosciamo. Forse le stelle non ci hanno ingannato, e la rotta è quella giusta. Gli Dei sono stati con noi.
E’ Terra, quella che si scorge lontana, un’altra Terra, e quelle sono case.
E stavolta siamo noi, Quelli che Vengono dal Mare.
P.S.: Questo post è dedicato alla ragazza che lavora al Museo Archeologico, che poi è La Fille au verre d’eau, che mi ha rivelato la possibilità che gli antichi Sardi, chissà quando, avessero tentato di prendere la via del Mare, e avessero provato a varcare quei confini mentali che, per loro natura e per note vicende storiche, essi stessi avevano creato.
Non siamo diventati navigatori e conquistatori, anzi siamo rimasti arroccati sui monti (e non solo su quelli), e del mare abbiamo imparato a fidarci solo recentemente, ma mi piaceva fare un omaggio a quei primi temerari, che sono voluti andare a vedere cosa c’era al di là dell’orizzonte, anche se non sono mai arrivati a scorgere nessun’altra Terra in lontananza.
Where is Donnie?

“A casa è il marinaio, tornato dal mare
e il cacciatore tornato dalla collina.”
R.L.Stevenson






